Quando il trauma diventa una prigione: come trattare i disturbi traumatici

La parola “trauma”, dal greco τραῦμα che significa “ferita” o “rottura”, viene utilizzata per indicare un evento negativo che ha un forte impatto sulla vita di chi lo subisce o vi assiste, generando una serie di sintomi fisici e psicologici che compromettono la vita della persona in questione. Secondo Cloitre et al. (2006), un evento si definisce traumatico quando “supera la capacità individuale di proteggere il proprio benessere o l’integrità psichica, dove la forza dell’evento è maggiore rispetto alle risorse disponibili per una risposta e un recupero efficaci”.

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Che cos'è un trauma

“La gente ha cicatrici in tanti posti impensabili. Sono mappe segrete delle storie personali, diagrammi di tutte le vecchie ferite. La maggior parte delle nostre ferite guarisce, lasciando solo cicatrici, ma alcune non guariscono. Certe ferite le portiamo con noi ovunque, e anche se si sono rimarginate da tempo, il dolore resta.”
– Greys Anatomy

Giovanni aveva 8 anni quando, caricata la macchina, si stava recando al mare con i suoi genitori. Mentre cantavano le canzoni dei cartoni animati, dall’altro lato della strada è spuntata all’improvviso una macchina rossa che correva tanto. Giovanni ricorda i fari spenti della macchina proprio davanti ai suoi occhi, vicinissimi. Poi non ricorda più niente. Il ricordo successivo è quello del poliziotto che gli parla sul marciapiede e la mamma che piange. Non ricorda quale versione gli diedero all’epoca dei fatti i suoi genitori, usciti miracolosamente illesi dall’incidente. Il papà portò uno strano collare per un po’ di tempo, e lui batté la testa sul finestrino quando l’auto venne scaraventata contro il guardrail. Anche se non se lo ricorda. Il peggio fu per l’altro guidatore, che morì sul colpo. Forse anche lui era un papà. Chi lo sa.

A 14 anni, non gli piaceva viaggiare in macchina, gli veniva sempre un gran mal di testa e a volte anche la nausea. Quando l’auto davanti frenava di colpo aveva una paura incredibile, se qualcuno usciva a retromarcia da un parcheggio strillava subito al guidatore “attento!” e il cuore accelerava alla vista di ogni imprevisto. Per questo, chiedeva sempre alla mamma di andare a piedi o di prendere l’autobus.

Oggi, Giovanni ha 18 anni. I suoi amici stanno prendendo la patente, parlano di quello che faranno e di dove andranno appena potranno guidare. Giovanni il mese scorso ha provato, sotto richiesta del padre, ad accendere la macchina e fare il giro del parcheggio, ma non è andata bene. Il cuore gli batteva fortissimo, non riusciva a tenere ben fermo il volante perché gli sudavano le mani. Dopo tre tentativi è riuscito a mettere in moto, ma in quel momento è entrata nel parcheggio una macchina rossa. Giovanni ha smesso di respirare. Senza sapere perché, ha sentito come un tonfo nel petto. È uscito di corsa dall’auto e ha vomitato, tremava come una foglia e si sentiva stordito. Da quel giorno, dorme male, ha degli incubi bruttissimi e non riesce a stare tranquillo. Sussulta a ogni clacson che sente per strada, e chiama i suoi genitori ogni volta che prendono la macchina per vedere se stanno bene. Ogni volta che qualcuno gli chiede quando prenderà la patente, sente un morso allo stomaco e cambia discorso. Se c’è la scena di un incidente in tv gli gira la testa e cambia immediatamente canale. Vorrebbe essere come tutti gli altri e non sa neanche bene perché si comporta così, ma è più forte di lui. Comincia a pensare di essere un fallito, e questo lo rende triste quasi tutto il tempo. Esce di meno perché non vuole andare in macchina con i suoi amici neopatentati e non vuole neanche che gli facciano domande riguardo alla sua, di patente. Che vita può fare una persona che al giorno d’oggi non guida e non viaggia in auto neanche come passeggero? Comincia a chiedersi. E le cose vanno precipitando.

Quello che è accaduto a Giovanni, è la riattivazione di un trauma vissuto tempo prima, che ancora oggi lo blocca e gli impedisce di vivere serenamente. Ma vediamo insieme cos’è un trauma, come si riconosce e cosa si può fare per superarlo.

Origini e tipologie del trauma

Un evento traumatico può essere di qualsiasi tipo e riguardare gli ambiti più svariati. Tra i più comuni si classificano sicuramente gli abusi fisici, la violenza psicologica, i lutti complessi o improvvisi, gli incidenti stradali gravi e gli eventi naturali catastrofici come terremoti o uragani. Ma anche un indicente domestico, un episodio di bullismo, il parto o la fine di una relazione possono generare un trauma, poiché occorre ricordare che l’interpretazione degli eventi e del loro significato è soggettiva e, quindi, differente per ognuno di noi. Per questo, non è soltanto l’evento traumatico a essere soggettivo, ma anche il suo impatto sulla vita dell’individuo, e quindi le conseguenze che genera.

Per essere chiari: se dieci persone vengono sottoposte allo stesso evento traumatico, è probabile che ognuna di esse sviluppi sintomi differenti e di grado diverso dalle altre. Questo avviene perché nella percezione del trauma intervengono fattori come le caratteristiche di personalità, l’età, l’ambiente circostante, la rete sociale e via dicendo, che possono costituire fattori di rischio o fattori di protezione dal trauma stesso.

Storia del trauma

Jean Martin Charcot fu un neurologo francese che, a partire dal 1876, dedicò i propri studi e il proprio lavoro al trauma psichico, ponendo le basi per la conoscenza odierna di questo complesso argomento. Charcot condusse i suoi studi sull’allora celebre «isteria», congiungendo per la prima volta i sintomi che insorgevano dopo un incidente in un unico quadro che denominò “isteria traumatica”, e compiendo quindi il primo collegamento tra un forte evento negativo e la comparsa di sintomi psicopatologici. Charcot fu il responsabile di una rivoluzione, poiché fu il primo a non considerare più l’isteria traumatica come una malattia femminile: anzi, constatò che era più frequente negli uomini, come conseguenza di incidenti lavorativi.

Osservò, ad esempio, che, in molti casi di incidenti sul lavoro, si verificavano nei soggetti paralisi che però non erano dovute a un danno fisico, ma che derivavano comunque dall’incidente. Giunse così a una conclusione: un grave evento negativo può suscitare in chi lo vive l’idea di aver subito un grave danno, e questa idea può a sua volta generare sintomi fisici anche seri, proprio come le paralisi osservate. Charcot fu quindi il primo a intuire che questi pazienti non sviluppavano i sintomi a causa delle conseguenze fisiche provocate dal trauma, ma a causa dell’idea che avevano sviluppato del trauma stesso. Come detto in precedenza, il lavoro di Charcot ha gettato le basi per studi successivi che nel corso del tempo ci hanno permesso di identificare, classificare e sviluppare tecniche in grado di superare il trauma.

Il trauma che diventa prigione

Sebbene non ci sia una classificazione ufficiale dei traumi, la clinica riconosce sia i Traumi, i traumi con la T maiuscola, eventi di elevata gravità che compromettono l’integrità della persona come i già citati abusi sessuali o eventi catastrofici, sia quelli che potremmo definire i traumi con la t minuscola: esperienze che, sebbene siano meno forti delle precedenti, avvertiamo comunque come negative e soprattutto segnanti. Inoltre, in seguito a un trauma, si presentano sintomi che nel 70-80% dei casi si riducono progressivamente fino a scomparire, mentre in altri casi gli effetti del trauma permangono, interferendo con il normale svolgimento della vita quotidiana e quindi con la serenità delle persone coinvolte.

Ma cosa succede, quindi, dopo un trauma? Come ci si accorge di averne subìto uno?
Le esperienze traumatiche generano risposte di tipo fisico, cognitivo ed emotivo, e possono essere raggruppate come segue:

  • intrusione, ovvero la tendenza a rivivere l’evento traumatico sotto forma di incubi, emozioni o immagini intrusive (flashback), come se si stesse rivivendo il trauma in quel momento;
  • evitamento, ovvero la tendenza a evitare luoghi, persone, oggetti e situazioni che ricordino il trauma e possano riattivarlo;
  • alterazioni emotive e cognitive, come, ad esempio, un abbassamento del tono dell’umore o la persistenza di emozioni negative come vergogna, paura, colpa, ecc;
  • iperattivazione, ovvero uno stato di iper-vigilanza costante e la tendenza a manifestare risposte di allarme anche di fronte a situazioni non pericolose; si includono nella categoria anche insonnia, irritabilità e difficoltà di concentrazione.

Come premesso, questo genere di risposte tende a estinguersi spontaneamente nelle settimane successive al trauma, ma, se questo non avviene, potremmo trovarci in presenza di un disturbo.

I disturbi post-traumatici e il loro trattamento

Sono due i disturbi che possono instaurarsi in seguito a un evento traumatico: il Disturbo Acuto da Stress e il Disturbo Post-Traumatico da Stress. Il Disturbo Acuto da Stress rappresenta la conseguenza diretta del trauma, instaurandosi immediatamente dopo l’esposizione all’evento traumatico, ed è caratterizzato dai sintomi precedentemente descritti che durano per almeno 3 giorni ma meno di 1 mese. Come accennato in precedenza, il DAS riguarda quella casistica nella quale i sintomi hanno remissione spontanea delle settimane successive al trauma. Quando questo non avviene, siamo invece in presenza del PTSD (da Post-traumatic stress disorder): il Disturbo Post-Traumatico da Stress. Secondo i criteri del DSM-V, questo disturbo va considerato tale quando, in seguito all’evento traumatico, sussistono tutte e quattro le categorie di sintomi precedentemente elencate (sintomi da intrusione, da evitamento, alterazioni cognitive, emotive e da iperattivazione) per un periodo di oltre un mese.

Le conseguenze di un trauma non elaborato e non adeguatamente affrontato interferiscono con la nostra vita fino al punto di logorarci fisicamente e psicologicamente, compromettendo la serenità e non permettendo di andare avanti. Ma superare un trauma è possibile? Assolutamente sì! Negli ultimi trent’anni è stata portata avanti una lunga serie di studi e sono state messe a punto diverse tecniche che hanno dimostrato una comprovata efficacia nel trattamento e nella risoluzione dei disturbi post-traumatici.

La figura professionale a cui rivolgersi è certamente quelle dello Psicologo Psicoterapeuta, al quale può essere necessario affiancare la figura del medico specialista per l’eventuale necessità di una terapia farmacologica (in caso di insonnia, ansia, depressione o altre condizioni in comorbilità). La tecnica d’elezione per il trattamento del trauma sembra essere l’EMDR, ovvero Eye Movement Desensitization and Reprocessing, dal 2013 riconosciuta e consigliata dall’OMS.

Questa tecnica psicoterapeutica strutturata mira all’elaborazione dell’evento traumatico e alla desensibilizzazione attraverso una serie di stimolazioni, prima tra tutte quella oculare. Secondo il modello teorico alla base di questa tecnica, l’evento traumatico viene immagazzinato in modo disfunzionale in memoria insieme a emozioni, percezioni, cognizioni e sensazioni fisiche disturbanti che lo hanno caratterizzato. Tutte queste informazioni, non potendo essere elaborate perché spaventose e/o dolorose, continuano a provocare disagio e possono causare disturbi come il PTSD. Nell’EMDR, si conduce il paziente nuovamente all’evento traumatico e, concentrato su tutti gli aspetti dell’evento stesso, si esegue con lui una stimolazione bilaterale attraverso movimenti oculari o altri canali, che gli permettono di rielaborare il trauma e di desensibilizzarsi rispetto al ricordo spaventoso e doloroso del trauma.

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Bibliografia

Albasi, C. (2006). Attaccamenti traumatici. I Modelli Operativi Interni Dissociati. Utet. Torino, 2006.

Balint, M. (1969). Trauma and Object Relationship. International Journal of Psycho-Analysis, 50: 429-435.

Bisson J. I, Ehlers A., Matthews R., Pilling S., Richards D., Turner S. (2007). Trattamenti psicologici per il disturbo da stress post-traumatico cronico. Revisione sistematica e meta-analisi. The British Journal of Psychiatry. 190:97-104.

Breuer, J., Freud, S. (1892-95). Studi sull’isteria. OSF, vol. I, Bollati Boringhieri, Torino, 1977.

Charcot, J. M. (1897). Isterismo, in Trattato di medicina. Vol. VI, 477-536 Torino: Unione Tipografico.

Cloitre, M., Cohen, L. R., & Koenen, K. C. (2006). Treating Survivors of Childhood Abuse: Psychotherapy for the Interrupted Life. New York: The Guilford Press

Herman, J. L. (1992). Guarire dal trauma. Affrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo. Magi. Roma, 2011.

Van der Kolk, B. (2014). Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Cortina. Milano, 2015.

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