Relazioni

Schemi relazionali disfunzionali: come riconoscerli e lavorarci

Introduzione

Le relazioni rappresentano uno degli ambiti più significativi e complessi dell’esperienza umana. Attraverso le relazioni costruiamo il senso di noi stessi, definiamo la nostra identità emotiva e apprendiamo modalità di contatto con l’altro che tendono a ripetersi nel tempo. Tuttavia, non tutte le relazioni favoriscono il benessere e la crescita personale. Molte persone si trovano intrappolate in dinamiche relazionali che generano sofferenza, frustrazione o senso di impotenza, pur riconoscendo razionalmente che tali relazioni non sono sane. In questi casi si parla di schemi relazionali disfunzionali, ovvero configurazioni stabili di aspettative, emozioni e comportamenti che si attivano automaticamente nelle relazioni significative e che tendono a mantenere il disagio nel tempo.

Lavorare sugli schemi relazionali disfunzionali significa andare oltre la singola relazione problematica per esplorare le strutture profonde che orientano il modo in cui una persona entra in relazione, sceglie i partner, interpreta i comportamenti altrui e risponde emotivamente alle interazioni. Questo lavoro richiede un approccio che integri consapevolezza, elaborazione emotiva e cambiamento comportamentale, riconoscendo che gli schemi non sono semplici abitudini da correggere, ma organizzazioni profonde dell’esperienza affettiva.

Origine e ripetizioni degli schemi relazionali disfunzionali

Gli schemi relazionali disfunzionali hanno origine nelle prime esperienze di attaccamento e nelle relazioni significative dell’infanzia. Fin dai primi anni di vita, l’individuo sviluppa una serie di aspettative implicite riguardo alla disponibilità emotiva degli altri, alla propria amabilità e alla prevedibilità delle relazioni.

Queste aspettative non sono costruite in modo consapevole, ma emergono dall’interazione ripetuta con le figure di riferimento primarie, in particolare i caregiver. Quando tali figure sono coerenti, sintonizzate e responsivi, il bambino interiorizza un senso di sicurezza che diventa la base per relazioni future relativamente stabili. Al contrario, esperienze caratterizzate da incoerenza, rifiuto, ipercontrollo, trascuratezza o imprevedibilità possono dare origine a schemi relazionali segnati da insicurezza e paura dell’abbandono o dell’invasione.


La teoria dell’attaccamento, sviluppata da John Bowlby, ha evidenziato come i modelli operativi interni costruiti nell’infanzia continuino a influenzare le relazioni adulte, fungendo da vere e proprie mappe emotive che guidano il comportamento relazionale. Questi modelli non si limitano a rappresentazioni cognitive, ma includono risposte emotive automatiche e strategie di regolazione affettiva che si attivano in modo rapido e spesso inconsapevole. La ripetizione degli schemi relazionali disfunzionali avviene proprio perché tali schemi offrono una forma di familiarità emotiva, anche quando risultano dolorosi. L’individuo tende inconsciamente a ricreare contesti relazionali simili a quelli originari, nella speranza implicita di ottenere un esito diverso, ma finisce per confermare le stesse aspettative negative.

Questa dinamica di ripetizione è spesso sostenuta da un insieme di convinzioni profonde riguardo a sé e agli altri. Ad esempio, una persona che ha interiorizzato l’idea di non essere degna di amore può interpretare comportamenti ambigui come conferme di rifiuto, reagendo con iperattivazione emotiva o ritiro. Tali reazioni, a loro volta, possono provocare risposte nell’altro che rinforzano lo schema originario. In questo modo, lo schema relazionale disfunzionale si autoalimenta, diventando sempre più rigido e resistente al cambiamento.

Esempi di relazioni disfunzionali

Le relazioni disfunzionali possono manifestarsi in forme diverse, ma condividono la caratteristica di attivare schemi ripetitivi che generano sofferenza emotiva. Un esempio frequente è la relazione caratterizzata da dipendenza affettiva, in cui una persona vive il legame come indispensabile per il proprio valore personale. In questo tipo di relazione, l’altro viene investito di un ruolo regolativo centrale, e ogni segnale di distanza viene vissuto come una minaccia alla propria identità.

Un altro esempio è rappresentato dalle relazioni evitanti, in cui la vicinanza emotiva viene percepita come pericolosa o soffocante, portando l’individuo a mantenere una distanza che impedisce l’intimità autentica. In entrambi i casi, lo schema relazionale guida il comportamento in modo automatico, limitando la possibilità di risposte flessibili e adattive.

Esistono inoltre relazioni caratterizzate da cicli di idealizzazione e svalutazione, in cui l’altro viene inizialmente percepito come perfetto e successivamente come deludente o minaccioso. Questo schema è spesso associato a difficoltà nella regolazione emotiva e a una scarsa integrazione delle rappresentazioni dell’altro. Un ulteriore esempio riguarda le relazioni conflittuali croniche, in cui il conflitto diventa la modalità principale di contatto emotivo. In questi casi, lo schema sottostante può includere convinzioni legate alla necessità di lottare per essere visti o ascoltati.

È importante sottolineare che gli schemi relazionali disfunzionali non sono necessariamente evidenti a livello consapevole. Molte persone riconoscono il disagio relazionale, ma faticano a individuare il filo conduttore che lega esperienze apparentemente diverse tra loro.

Come la terapia può aiutare a identificarli e modificarli

Il lavoro terapeutico sugli schemi relazionali disfunzionali si basa sulla possibilità di rendere consapevoli processi che operano in modo implicito. La relazione terapeutica stessa diventa uno spazio privilegiato in cui gli schemi possono emergere e essere osservati in tempo reale. Attraverso l’esplorazione delle esperienze relazionali passate e presenti, il terapeuta aiuta il paziente a riconoscere i pattern ricorrenti che caratterizzano il suo modo di entrare in relazione. Questo processo non si limita a una comprensione cognitiva, ma implica un contatto diretto con le emozioni associate allo schema, spesso radicate in esperienze precoci di vulnerabilità.

Approcci come la Schema Therapy, sviluppata da Jeffrey Young, enfatizzano l’importanza di lavorare sugli schemi attraverso un’integrazione di tecniche cognitive, emotive ed esperienziali. La terapia offre un contesto sicuro in cui sperimentare nuove modalità relazionali, interrompendo gradualmente le risposte automatiche. Attraverso la validazione emotiva e la ristrutturazione delle convinzioni disfunzionali, il paziente può sviluppare una maggiore capacità di autoregolazione e una visione più equilibrata di sé e degli altri. Il cambiamento degli schemi relazionali non avviene in modo lineare, ma richiede tempo e ripetute esperienze correttive che permettano di interiorizzare nuove modalità di relazione.

E se sono consapevole dei miei modelli relazionali ma non riesco a modificarli?

Una delle esperienze più frustranti per chi intraprende un percorso di crescita personale è la consapevolezza dei propri schemi relazionali senza la capacità di modificarli concretamente. Questa discrepanza tra sapere e fare è estremamente comune e non indica un fallimento personale, ma riflette la natura profonda e radicata degli schemi. La consapevolezza cognitiva, pur essendo un primo passo fondamentale, non è sufficiente a produrre un cambiamento duraturo. Gli schemi relazionali sono sostenuti da memorie emotive e corporee che si attivano automaticamente nelle situazioni interpersonali, spesso prima che la riflessione razionale possa intervenire.

Quando una persona riconosce i propri schemi ma continua a ripeterli, è spesso perché tali schemi svolgono una funzione protettiva, anche se disfunzionale. Essi rappresentano strategie di sopravvivenza apprese in contesti in cui erano necessarie, ma che nel presente limitano la possibilità di relazioni soddisfacenti. Il lavoro terapeutico in questi casi si concentra sull’integrazione tra consapevolezza e esperienza emotiva, aiutando l’individuo a tollerare stati affettivi intensi senza ricorrere automaticamente alle vecchie strategie. Il cambiamento diventa possibile quando la persona può sperimentare, in modo graduale e supportato, che nuove modalità relazionali sono non solo pensabili, ma anche emotivamente sostenibili. In questo senso, lavorare sugli schemi relazionali disfunzionali significa intraprendere un percorso di trasformazione profonda che coinvolge l’identità, la regolazione emotiva e la capacità di stare in relazione con sé e con l’altro in modo più autentico.

Bibliografia

  1. Il modello relazionale. Dall’attaccamento all’intersoggettività (Mitchell; Raffaello Cortina Editore, 2002)
  2. L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali. Teoria, ricerca, clinica (Liotti; Raffaello Cortina Editore, 2017)
  3. La Schema Therapy (Serrani, Tenore; FrancoAngeli, 2013)
  4. Lezioni di psicoterapia. Teoria e pratica clinica (Liotti; Raffaello Cortina Editore, 2025)
  5. Una base sicura (Bowlby; Raffello Cortina Editore, 1988)

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