Articolo aggiornato il 04/11/2025
Nella nostra società, la nascita di un figlio rappresenta per molti un lieto evento di cui gioire ed essere fieri. Tuttavia, questo avvenimento segna profondamente la vita delle persone coinvolte e, ad esso, si possono associare emozioni a volte contrastanti. Non tutte le madri vivono, infatti, la gravidanza e il periodo seguente al parto con serenità. In alcuni casi, insorgono, nelle settimane successive al parto, dei veri e propri sintomi depressivi e ansiosi, che hanno portato differenti autori a parlare di depressione post-partum (DPP).
Che cos’è la depressione post-partum
La depressione post-partum è una forma di depressione che è stata inserita tra i sottotipi della depressione maggiore nella quinta edizione del DSM-5 (APA, 2013), e indica un disturbo che insorge nelle prime 4 settimane che seguono la nascita di un figlio (Serati e Carnevali, 2019). Secondo i dati del Ministero della Salute (2017) l’incidenza della depressione post-partum è compresa tra il 7% e il 12% delle neo-mamme, con diversi livelli di gravità.
Sintomi della depressione post-partum
I sintomi comprendono (APA, 2013):
- stato emotivo caratterizzato da profonda tristezza e sconforto;
- oscillazioni umorali accompagnate da pianto immotivato;
- propensione al senso in colpa persistente e ingiustificato, in particolare nei confronti del bambino;
- senso di inadeguatezza e vergogna;
- sentimenti di ansia e irrequietezza;
- ritiro sociale;
- compromissione della capacità di concentrazione;
- variazioni dell’appetito e del peso.
Inoltre, spesso le neo-mamme attraversano un vissuto di eccessiva apprensione in risposta alle richieste del bambino, che può generare stress e produrre un incremento dell’ansia e dell’inadeguatezza. In alcuni casi, possono comparire sensazioni di estrema preoccupazione e ipervigilanza, che culminano in manifestazioni di rabbia, aggressività o repulsione nei confronti del neonato. Quando il disturbo risulta particolarmente intenso, possono manifestarsi ideazione suicidaria (Pope et al., 2013), autolesionismo (Lindahl et al., 2005) e condotte aggressive verso il figlio che, nei casi più gravi, si traducono in abusi o infanticidi (Barba-Müller, Craddock, Carmona, & Hoekzema, 2019).
Gli effetti della depressione post-partum non si limitano a intaccare il benessere e la qualità della vita delle madri, ma si ripercuotono anche sui figli, in quanto il disturbo favorisce lo sviluppo di una relazione di bassa qualità. Inoltre, sembra determinare una crescita più lenta del bambino, con effetti a livello temperamentale, comportamentale e cognitivo (Cooper et al., 2009; Surkan, Kennedy, Hurley, & Black, 2011), sullo stile di attaccamento e sulla capacità di relazionarsi agli altri durante l’infanzia (Davies, 2019). Nei casi più gravi, si possono osservare anche alterazioni strutturali e funzionali nell’encefalo del neonato.
Diagnosi della depressione post-partum
La durata dei sintomi è variabile da persona a persona ma, per giungere a una diagnosi, è necessario che questi si mantengano per almeno due settimane.
È importante, infatti, distinguere tale disturbo dalla sindrome del baby blues o maternity blues, che corrisponde invece a uno stato di malinconia transitorio che segue il parto e tende a scomparire entro due settimane, una volta che l’equilibrio ormonale della neomamma si assesta.
Fattori predisponenti per la depressione post-partum
Le cause del disturbo sono riconducibili a fattori genetici e bio-psico-sociali. A seguito del parto, le madri subiscono, infatti, diversi cambiamenti a livello cerebrale, ormonale, cellulare e fisico a cui si associano anche cambiamenti a livello sociale e psicologico connessi con l’idea che la donna ha di sé e di quello che è il suo ruolo nella famiglia e nel mondo.
È possibile riconoscere alcuni fattori di rischio che predispongono allo sviluppo dei sintomi depressivi a seguito del parto. Tra questi, sono stati evidenziati:
- bassa autostima;
- parto cesareo o parto difficoltoso;
- mancanza di adeguato supporto sociale durante la gravidanza (Ayers, Bond, Bertullies e Wijma, 2016);
- mancanza di supporto sociale dopo il parto da parte di partner, parenti e amici (Ford & Ayers, 2011);
- psicopatologie pregresse (Grekin & O’Hara, 2014);
- forti stress nel corso della vita (Iles, Slade, & Spiby, 2011);
- giovane età e l’eventualità che la gravidanza sia stata indesiderata.
Questi fattori aumentano il rischio di sviluppare la DPP, soprattutto per coloro che vivono in situazioni economicamente svantaggiose, che presentano un basso livello di istruzione, un ridotto accesso alle cure, che vivono in quartieri con elevati tassi di criminalità e violenza e che non hanno garanzie di lavoro e stabilità per il futuro (Davies, 2019).
Come curare la depressione post-partum
Per il trattamento del Disturbo depressivo post-partum, sono attualmente disponibili interventi psicologici e psicoterapeutici che possono essere diretti esclusivamente alla madre o che possono anche prevedere il coinvolgimento del partner e dei familiari. Gran parte di questi trattamenti è finalizzato a migliorare la relazione tra madre e bambino, spesso tramite il ricorso a compiti condivisi e all’assistenza di personale specializzato. Simili attività sono risultate efficaci sia nella riduzione dei sintomi depressivi materni, sia nel promuovere la salute del bambino.
Per quanto riguarda la metodologia di intervento, la maggior parte di questi trattamenti è basato sulla psicoeducazione (Aracena et al., 2009), un approccio che consente simultaneamente di trasmettere informazioni importanti ai destinatari e rassicurarli sul corso degli eventi. All’interno degli incontri vengono fornite anche indicazioni sulle possibili strategie di coping da utilizzare per contrastare le difficoltà e massimizzare le probabilità di recupero dal disagio subito. Il lavoro svolto può essere effettuato sia all’interno di strutture sanitarie sia nelle case delle assistite e può prevedere attività di problem-solving, proposte per eventuali cambiamenti nei comportamenti, analisi delle risposte comportamentali alle difficoltà, miglioramento delle abilità comunicative (verso il bambino o verso il partner) e il ricorso a tecniche di rilassamento.
In termini di miglioramento della salute mentale, la terapia che ha fornito migliori risultati è quella di tipo cognitivo-comportamentale (Cognitive Behavioral Therapy; CBT), la cui efficacia è stata riconosciuta da diversi autori che ne hanno osservato i risultati sia su popolazioni a rischio in quanto economicamente svantaggiate – che vivono in Paesi con reddito medio-basso – sia su popolazioni non a rischio (Cuijpers, Karyotaki, Reijnders, Purgato, & Barbui, 2018; Singla et al., 2017). La terapia cognitivo-comportamentale si basa sulla premessa che l’insieme di pensieri automatici negativi, credenze di base e schemi maladattivi delle persone conducono a risposte emotive e comportamentali altrettanto disadattive (Davies, 2019). Dunque, le tecniche usate mirano a insegnare alle persone a riconoscere, monitorare e controllare il proprio insieme di pensieri automatici negativi e credenze di base per poterle poi sostituire con pensieri e credenze più funzionali. Il cambiamento che avviene, così, a livello cognitivo si traduce in un cambiamento anche a livello comportamentale (Beck, 1979).
Un altro approccio terapeutico che ha mostrato notevole efficacia nel trattamento della depressione post-partum è rappresentato dalla terapia interpersonale (Interpersonal Psychotherapy; IPT), che pone enfasi sulle relazioni interpersonali e sul contesto in cui la donna vive e nel quale vengono ricercate le cause del suo disagio. Si differenzia da altri approcci per la sua breve durata e per il fatto di porre specifica attenzione sulle disfunzioni che i sintomi psicologici causano a livello sociale, intervenendo in modo concreto sulle problematiche che le madri affrontano quotidianamente. Modificando le interazioni disfunzionali della donna e modificando il suo ambiente, si dovrebbe assistere a un parallelo miglioramento del suo stato mentale (Gao, Chan, Li, Chen e Hao, 2010).
Bibliografia
American Psychiatric Association & DSM-5 Task Force, Diagnostic and statisticalmanual of mentaldisorders DSM-5. Arlington, VA: American PsychiatricAssociation, 2013.
Bowlby, J., Attachment and loss: Vol. 1. Loss. New York: Basic Books, 1969/1982.
Sitografia
Ministero della Salute (2017). Depressione post-partum. Documento disponibile online all’indirizzo https://www.salute.gov.it/portale/donna/dettaglioContenutiDonna.jsp? id=4496&area=Salute%20donna&menu=nascita (pagina visitata in data 7 giugno 2023).
Le domande frequenti sulla depressione post-partum
Quali sono i sintomi che distinguono la depressione post-partum dalla cosiddetta “baby blues”?
Il baby blues è un fenomeno transitorio, legato agli sbalzi ormonali e alla stanchezza dei primi giorni dopo il parto. Si manifesta con irritabilità e pianto facile, risolvendosi poi spontaneamente in una o due settimane. La depressione post-partum, invece, è più profonda e duratura. Si caratterizza per tristezza intensa, senso di colpa verso il bambino, perdita di interesse, difficoltà di sonno o appetito e, nei casi più gravi, pensieri di morte o autosvalutazione. Un intervento psicologico o psichiatrico precoce può essere decisivo per la ripresa della madre e la relazione con il neonato.
In che modo l’apatia può manifestarsi nel periodo post-partum e perché è importante riconoscerla?
L’apatia post-partum si manifesta con ridotta energia, distacco emotivo e difficoltà a prendersi cura di sé o del bambino. Spesso la madre non prova né piacere né dolore ma un senso di vuoto interiore. Questo stato può essere erroneamente interpretato come semplice stanchezza, rappresentando in realtà un segnale di disagio emotivo profondo. Riconoscerlo per tempo e parlarne con un professionista permette di prevenire l’aggravamento della depressione e di ricostruire gradualmente il contatto affettivo con il bambino.
Perché è importante estendere l’intervento psicologico anche al partner o ai caregiver della neo-mamma?
La depressione post-partum riguarda la madre e l’intero sistema familiare. Il partner e i caregiver svolgono un ruolo fondamentale nel sostenere la donna ma sono anch’essi esposti a stress e senso di impotenza. Offrire loro uno spazio di ascolto e psicoeducazione aiuta a ridurre tensioni e fraintendimenti, migliorando la qualità della relazione e la stabilità del contesto affettivo in cui il neonato cresce. Un supporto integrato, che coinvolga la coppia o la famiglia, favorisce un recupero più solido e duraturo.
Quando una depressione post-partum potrebbe evolversi in un quadro che richiede una valutazione per disturbi dell’umore più ampi?
Se la depressione post-partum si accompagna a episodi di forte ansia, pensieri ossessivi, variazioni marcate di energia o umore e dura più di alcune settimane, può indicare l’insorgenza di un disturbo dell’umore più complesso.
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