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Cos’è il narcisismo
Il termine narcisismo deriva direttamente dal famoso personaggio della mitologia greca descritto da Ovidio all’interno delle Metamorfosi. La leggenda parla di un ragazzo splendidamente attraente ma estremamente vanitoso, nato dall’unione tra la ninfa Liriope e il dio Cefiso. Il giovane era talmente concentrato su se stesso da isolarsi dal resto della società e rifiutare i sentimenti altrui.
Della sua straordinaria bellezza si invaghì perdutamente la ninfa Eco. Anch’essa, tuttavia, venne brutalmente allontanata. Distrutta dalla sofferenza e dall’umiliazione di quel rifiuto, la ninfa iniziò a vagare senza meta tra gole e grotte, finché il suo stesso corpo non si logorò completamente, lasciando come unica traccia di sé soltanto la voce.
Per dare una lezione alla presunzione del ragazzo, la dea Nemesi decise di condannarlo a un sentimento irrealizzabile: l’infatuazione per la sua stessa figura, scoperta per caso specchiandosi in uno specchio d’acqua limpida. Consumato dal desiderio impossibile di toccare e abbracciare quel riflesso, il giovane perse la vita annegando. Nel punto esatto della sua morte spuntò un fiore che ereditò il suo nome.
La parola narciso deriva dal greco narkè, che significa torpore o stordimento. Questa condizione di totale immobilismo emotivo, proprio come dimostra il tragico epilogo scritto da Ovidio, può condurre a conseguenze fatali.
Nel linguaggio comune, la definizione di narcisista ha una connotazione negativa e si riferisce a persone con atteggiamenti egocentrici, poco empatiche e sostanzialmente disinteressate agli altri.
Il narcisismo in psicoanalisi: le teorie di Freud e Kohut
In psicoanalisi il narcisismo è un concetto centrale in quanto viene individuato come elemento costitutivo della soggettività umana e gli studi psicoanalitici sul narcisismo approfondiscono le sue possibili evoluzioni in senso sano e patologico.
Freud distingue due forme di narcisismo: primario e secondario. Il narcisismo primario è così definito in quanto legato a una prima fase dello sviluppo del bambino che non è ancora in grado di distinguere tra sé e l’altro, tra l’interno e l’esterno (il prototipo è la vita intrauterina). Freud, inoltre, mette in rilievo la posizione dei genitori nella costituzione del narcisismo primario del bambino: il loro amore nei confronti del figlio “che deve appagare i loro sogni e desideri irrealizzati” è, di fatto, una reviviscenza del loro narcisismo tornato a nuova vita.
Il narcisismo secondario è una situazione psichica più tardiva che comporta l’investimento nei confronti di un oggetto esterno il quale, al tempo stesso, viene vissuto “come il proprio io”.
Secondo Kohut, esiste uno stadio infantile, successivo al narcisismo primario, in cui si stabilisce il Sé grandioso del bambino (che si manifesta attraverso l’esibizionismo e le fantasie grandiose) da ritenersi non patologico ma sano e adattivo. In questa fase svolge una funzione fondamentale una presenza genitoriale capace di empatia e tenerezza rispecchianti assicurando il consolidamento di questo arcaico Sé grandioso.
Kohut, dopo una lunga esperienza con pazienti narcisisti, ipotizzò un difetto originario da parte delle figure genitoriali nella loro capacità di accogliere empaticamente gli aspetti di onnipotenza infantile. Ciò comporterebbe un arresto dello sviluppo psichico del bambino allo stadio del “Sé grandioso arcaico” compromettendo la sua evoluzione più matura che conosciamo comunemente nella forma del sentimento di autostima e di fiducia in noi stessi.
Narcisismo sano: cos’è e quando si manifesta
Ciascun individuo nutre il bisogno di essere riconosciuto e amato nella propria unicità. Tuttavia, l’importanza attribuita al giudizio e all’approvazione degli altri può variare notevolmente da persona a persona, sia per intensità sia per significato.
In linea generale, il narcisismo sano è dato dalla capacità di un individuo di mantenere un sufficiente “equilibrio oscillatorio” tra investimenti affettivi che riguardano il proprio Io (amore per sé stessi) e gli altri.
Questo assetto ideale può comunque subire profonde destabilizzazioni in alcune fasi della vita, come durante la giovinezza o la terza età. Allo stesso modo, esperienze dolorose o improvvise – quali la perdita di una persona cara o l’insorgere di una patologia – possono provocare un temporaneo ripiegamento protettivo. In questi casi, la mente tende a isolarsi dal contesto esterno per concentrare ogni risorsa emotiva sulla propria guarigione.
Figli come prolungamento di sé nei genitori narcisisti
Con la nascita, inizia la relazione madre-bambino, una relazione tra due corpi che vivono la fantasia di essere un corpo solo. Il bambino sente il corpo della madre come se fosse il proprio. La madre, anche lei (in condizioni sufficientemente buone), sente il figlio come un’estensione del proprio corpo, vivendo la fantasia che questo sia parte di sé ma ancor più che sia l’unico oggetto d’amore su cui investire i propri affetti. Questo vissuto implica la nascita di una relazione prioritaria alla coppia coniugale.
Il processo di individuazione, della nascita cioè di un nuovo individuo, non può prescindere da un’interruzione della relazione fusionale madre-bambino. Tale momento non può che esprimersi attraverso la percezione, da parte sia della madre che del bambino, di un’area terza, di un ambiente altro dalla relazione primaria madre-bambino, che esiste emotivamente. Per quanto la funzione materna fornisca al figlio le risorse da cui alimentarsi, la funzione paterna rappresenta ciò che consente al figlio di superare la condizione di “dipendenza assoluta” non soltanto dalla madre ma dall’altro più in generale.
La configurazione duale madre-bambino che esclude il padre può essere immaginata, nella vita adulta, ripensando a tutti quei momenti della vita quotidiana in cui la relazione con l’altro rappresenta qualcosa di imprescindibile. Quando una persona adulta riesce a pensare e sentire i propri vissuti solo attraverso l’altro. Quando un genitore costruisce la fantasia onnipotente di conoscere gli stati d’animo del figlio e viceversa. O ancora quando un genitore sente che la propria felicità o la propria stabilità, il proprio senso di equilibrio, dipendono dal benessere e dell’equilibrio del figlio. Quei momenti in cui il genitore decide per il figlio ed il figlio adulto vive la sensazione di non poter decidere senza il genitore.
La relazione di dipendenza tra madre e figlio, fondamentale durante i primi momenti di vita del bambino, può diventare pertanto, ad un certo punto della crescita, una relazione ingombrante che impedisce al figlio di vivere liberamente la propria realtà interna, di concedersi di esprimere le proprie emozioni.
Affinché ciò non accada, non si può prescindere dall’esistenza di una coppia antecedente a quella madre-figlio: la coppia genitoriale. I genitori svolgono una funzione strutturante e di sostegno allo sviluppo individuale del figlio nella misura in cui riescono a non utilizzare i figli per soddisfare le proprie esigenze. I genitori sono frequentemente esposti a quello che chiamiamo “il lavoro del lutto”. Tale lavoro, che significa la capacità di trattare con i sentimenti di delusione che inevitabilmente le esperienze ci infliggono, è, nel caso dei genitori, diretto a una costante ricerca di equilibrio tra la necessità di investire i propri figli, sui propri figli, di tifare per loro, e una continua, vigile attenzione a che le aspettative nei loro confronti non costituiscano una cappa soffocante e le inevitabili delusioni non scardinino, magari silenziosamente, la fiducia e la speranza. Fiducia anche nel proprio ruolo di genitori, speranza nelle rispettive risorse.
È lavoro di lutto quello che accompagna la nascita e che confronta i genitori allo scarto inevitabile tra bambino immaginato e bambino reale; è lavoro di lutto l’inserimento al nido, alla scuola materna, alla scuola elementare, ampliato dai primi non sempre incoraggianti confronti con altri modi di essere bambini, di essere genitori, di essere educatori.
Genitori narcisisti e il percorso psicoterapico verso l’età adulta
Questa breve esposizione potrebbe aver sollecitato delle domande: come si diventa adulti quando le funzioni genitoriali vacillano? Adulti significa essere emotivamente indipendenti?
Forse no, o almeno, non del tutto. È naturalmente insita nell’essere umano una certa dose di dipendenza nei confronti di chi ha una rilevanza affettiva nella propria vita. Detto ciò, questo non necessariamente deve condurre la persona ad avere strettamente bisogno dell’approvazione degli altri significativi.
La psicoterapia potrebbe rappresentare un luogo in cui sperimentare una relazione sana ed acquisire un maggior grado di autonomia psichica che consenta di riconoscere le proprie emozioni e le proprie modalità relazionali, prendere decisioni autonomamente ed instaurare relazioni in cui si rispettino i confini reciproci.
Bibliografia
- Introduzione al narcisismo. Freud S. (1914), OSF 7, Boringhieri.
- Narcisismo di vita, narcisismo di morte. Green A. (1983), Borla.
- Narcisismo e analisi del sé. Kohut H. (1971), Boringhieri, 1976.
- Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’Io. Lacan J. (1947), in Scritti, vol. I, Einaudi, 1974.
- Enciclopedia della psicoanalisi. Laplanche e Pontalis (1967), vol. II, Laterza, 2010.
- Il narcisismo. Semi A. A., Il Mulino, 2007.
- Narcisismo. SPI – Società Psicoanalitica Italiana.
- Gioco e realtà. Winnicott D. (1967), Armando editore, 2005.