Hai appena ricevuto una promozione, un complimento importante, un riconoscimento che aspettavi da tempo. Invece di goderti il momento, dentro di te si accende un pensiero fastidioso. “È stata fortuna.” “Prima o poi si accorgeranno che non valgo davvero”. “Non so nemmeno io come ci sono riuscito”. Se questa scena ti suona familiare, probabilmente conosci già, senza saperlo, quello che la letteratura scientifica definisce impostor phenomenon o sindrome dell’impostore.
Il termine è stato introdotto per la prima volta nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes, che lo definirono come un’esperienza interna di “falsità intellettuale” osservata in donne con carriere accademiche brillanti, convinte però di aver ingannato tutti sul proprio reale valore(1). Da allora la ricerca ha ampiamente confermato che questa esperienza riguarda uomini e donne, in tutte le professioni.
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Da dove nasce la sindrome dell’impostore
La sindrome dell’impostore non emerge dal nulla. Affonda spesso le radici in esperienze precoci, in ambienti dove il valore personale era legato a prestazioni sempre più alte, o dove gli errori venivano notati più dei successi. Chi cresce sentendo che l’affetto o l’approvazione arrivano solo in presenza di un buon risultato impara presto un’equazione pericolosa. Il proprio valore comincia a coincidere con il proprio rendimento.
Clance, in un lavoro successivo, ha descritto questo meccanismo come un vero e proprio “ciclo dell’impostore”(2). Il meccanismo si attiva sempre allo stesso modo. Davanti a un compito importante compare l’ansia, che spinge verso due strade opposte: un eccesso di preparazione oppure una procrastinazione che si trasforma, all’ultimo momento, in un lavoro frenetico. Il compito viene comunque portato a termine, spesso con ottimi risultati, ma il sollievo dura pochissimo. Il successo viene subito ricondotto alla quantità di sforzo messo in campo o a un colpo di fortuna, mai alla propria reale competenza, e questo rilancia il dubbio verso il compito successivo(2)(3).
A questo si aggiunge un altro ingrediente altrettanto determinante, il perfezionismo. Chi si impone standard quasi impossibili da raggiungere finisce per vivere ogni traguardo come il minimo che ci si potesse aspettare e quasi mai come un merito autentico. Diversi studi, infatti, collegano livelli elevati di perfezionismo a punteggi più alti nelle scale che misurano la sindrome dell’impostore, con un’incidenza particolarmente marcata tra studenti universitari e professionisti sanitari(3).
Perché nella sindrome dell’impostore diamo credito alla fortuna e non a noi stessi
Uno degli aspetti più studiati della sindrome dell’impostore riguarda il modo in cui interpretiamo i nostri stessi risultati, un meccanismo che la psicologia sociale chiama stile attributivo. Chi vive questa esperienza tende ad attribuire i successi a fattori esterni, come la fortuna, il momento favorevole o l’aiuto di altri, mentre attribuisce gli insuccessi a sé stesso, alle proprie mancanze o alla propria incapacità(1).
È come avere un filtro mentale che lascia passare soprattutto le prove a proprio sfavore. Un progetto riuscito diventa “ho avuto un colpo di fortuna”. Un progetto andato male diventa “lo sapevo, non sono davvero capace”. Questo doppio standard, applicato ogni giorno, costruisce nel tempo una narrazione di sé sempre più distante dalla realtà dei fatti.
Il problema è che questo meccanismo, ripetuto per anni, smette di essere un pensiero isolato e diventa una lente attraverso cui si legge ogni nuova esperienza. Più si ripete, più sembra vero, anche quando le prove oggettive raccontano una storia diversa.
Come il supporto psicologico aiuta a superare la sindrome dell’impostore
Uscire dalla sindrome dell’impostore non significa convincersi semplicemente di “essere abbastanza”. Richiede un lavoro più profondo su come si è costruita quella narrazione di sé con l’obiettivo di modificarla in modo stabile. La revisione di Bravata e colleghi individua diversi approcci utili in questo senso, tra cui interventi individuali e di gruppo di matrice cognitivo comportamentale, spesso associati a una riduzione dei sintomi ansiosi e depressivi correlati(4).
Un primo passo importante nel percorso terapeutico consiste nell’imparare a osservare il pensiero automatico proprio nel momento in cui compare, notando quell’“è stata solo fortuna” appena affiora, invece di lasciarlo scorrere indisturbato come una verità assoluta. Renderlo visibile è la condizione necessaria per poterlo mettere in discussione.
Da qui il lavoro clinico aiuta a ricostruire l’origine di quella voce critica, spesso legata a esperienze passate o a modelli familiari in cui il valore personale era condizionato al risultato. Comprendendo dunque l’origine di un pensiero, permetterà di distinguerlo da un giudizio oggettivo sulla realtà presente, interrompendo così il ciclo descritto da Clance(2).
Con il tempo, il percorso terapeutico offre anche strumenti concreti per raccogliere prove diverse. Imparare a notare, con la stessa attenzione riservata agli errori, anche i risultati reali ottenuti, le competenze costruite negli anni, i riconoscimenti ricevuti, restituendo così le giuste proporzioni ai meriti che spesso vengono minimizzati.
Abitare i propri traguardi con sicurezza
La sindrome dell’impostore non si supera eliminando ogni dubbio o insicurezza, che restano parte naturale di qualunque percorso professionale e personale. Si supera imparando a distinguere il dubbio sano, quello che spinge a migliorarsi, dal giudizio distorto che nega ogni merito conquistato.
Chi lavora su questi schemi comincia, con il tempo, a raccontarsi una storia diversa. Non più “ho avuto fortuna”, ma “ho lavorato per questo”.
Se ti riconosci in questa descrizione e senti che questo meccanismo sta condizionando la tua vita professionale o personale, un percorso di psicoterapia può aiutarti a ricostruire un rapporto più equo e realistico con i tuoi risultati.
Bibliografia
- Clance, P. R., & Imes, S. A. (1978). The imposter phenomenon in high achieving women: Dynamics and therapeutic intervention. Psychotherapy: Theory, Research and Practice, 15(3), 241–247.
- Clance, P. R. (1985). The Impostor Phenomenon: Overcoming the Fear that Haunts Your Success. Atlanta: Peachtree Publishers.
- Sakulku, J., & Alexander, J. (2011). The impostor phenomenon. International Journal of Behavioral Science, 6(1), 73–92.
- Bravata, D. M., Watts, S. A., Keefer, A. L., Madhusudhan, D. K., Taylor, K. T., Clark, D. M., Nelson, R. S., Cokley, K. O., & Hagg, H. K. (2020). Prevalence, predictors, and treatment of impostor syndrome: A systematic review. Journal of General Internal Medicine, 35(4), 1252–1275.