Terapia e sostegno psicologico

Lo psicologo può dare consigli? Chiariamo il ruolo del terapeuta

Introduzione

“Dottoressa, lei cosa farebbe al posto mio?”.

Questa è una delle domande più frequenti e spontanee che emergono durante un percorso psicologico. Quando ci troviamo in un momento di confusione, davanti a una scelta difficile o in una situazione che ci fa soffrire, cercare qualcuno che ci indichi la strada giusta è una reazione del tutto naturale.

“Dovrei lasciare il mio partner?” “Dovrei accettare questo lavoro?” “Secondo lei sto sbagliando?”. Quando non riusciamo a vedere la via d’uscita, ricevere una risposta chiara offre un sollievo immediato. Ma la terapia è molto di più.

In realtà, dietro la richiesta di un consiglio si nascondono interrogativi molto più profondi: “Perché questa situazione mi mette così tanto in crisi?” “Perché continuo a reagire sempre nello stesso modo?” “Perché, anche quando so cosa mi farebbe stare meglio, faccio fatica a cambiare?” È esattamente da qui che inizia un vero percorso di comprensione.

Comprendere il proprio funzionamento: il primo obiettivo della psicoterapia

Nel corso della vita sviluppiamo un modo personale di interpretare gli eventi, gestire le emozioni e reagire alle difficoltà. Questa modalità si è strutturata nel tempo, passo dopo passo, sulla base delle esperienze che abbiamo affrontato.

Ecco perché, di fronte alla stessa situazione, due persone possono avere pensieri, reazioni e comportamenti completamente diversi. Una critica sul lavoro, ad esempio, può essere vissuta da qualcuno come un’occasione per migliorarsi e da qualcun altro come la conferma di non essere all’altezza. Allo stesso modo, un messaggio senza risposta può essere interpretato semplicemente come un momento di occupazione dell’altro, oppure può trasformarsi in un segnale d’allarme:

  • “è arrabbiato con me”,
  • “non gli interesso abbastanza”,
  • “ho sbagliato qualcosa, è colpa mia”,
  • “sto per essere rifiutato”.

L’obiettivo principale della psicoterapia è aiutarci a osservare questo processo, portando alla luce il significato profondo che attribuiamo agli eventi e il modo in cui lo abbiamo costruito. Ci guida a chiederci:

  • Che cosa penso in determinati momenti?
  • Quali emozioni provo?
  • Come reagisco?
  • Che cosa tendo a fare per sentirmi meglio?
  • E soprattutto: quello che faccio mi aiuta davvero o, nel tempo, finisce per alimentare le mie difficoltà?

Comprendere il proprio funzionamento significa prendere coscienza di questi automatismi, imparando a riconoscerli e a monitorarli. Significa capire da dove arrivano e cosa hanno comportato nell’arco della propria vita in termini di scelte, evitamenti, rinunce, coazioni a ripetere e sofferenze reiterate nel tempo.

Perché continuo a fare sempre la stessa cosa? Gli schemi ripetitivi in terapia

Raggiungere una reale consapevolezza di come funzioniamo permette di decodificare le nostre emozioni, i timori sottostanti e i nostri comportamenti. A volte sappiamo che alcune azioni non ci fanno stare bene, ma non riusciamo a sottrarci dal ripeterle.

Dall’esterno certe scelte possono sembrare incomprensibili, ma hanno una loro logica. Spesso, infatti, anche un comportamento disfunzionale, ovvero che oggi ci crea problemi, è nato in passato come un tentativo di proteggerci da qualcosa.

Il problema è che ciò che ci protegge nel breve periodo non sempre ci aiuta nel lungo termine. Ed è qui che il terapeuta interviene per fare chiarezza. Non dicendo semplicemente: “Non fare più così”, ma invitandoci a esplorare insieme:

  • Che cosa accade un attimo prima?
  • Che cosa stiamo cercando di evitare o di ottenere?
  • Che cosa succede subito dopo?
  • Perché questo schema continua a ripetersi?

Iniziare a vedere questi meccanismi ripetitivi toglie loro il potere dell’automatismo. E ciò che impariamo a riconoscere diventa, gradualmente, qualcosa su cui possiamo intervenire.

Il terapeuta come guida nella scoperta: la guided discovery

Il terapeuta non si limita a spiegare alla persona come dovrebbe vivere. Attraverso un lavoro condiviso di osservazione, comprensione e sperimentazione, il professionista ci mostra aspetti che, quando siamo coinvolti nelle emozioni o nei problemi, facciamo fatica a vedere.

Non abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica chi siamo e cosa fare, ma di uno spazio sicuro in cui guardarci con attenzione. In questo senso, il terapeuta è come uno specchio che non si limita a riflettere l’immagine, ma che permette di vedere ciò che da soli potremmo non riconoscere. Per questo la collaborazione tra le due parti è fondamentale.

Christine Padesky definisce la guided discovery, ossia il processo collaborativo di scoperta guidata, uno degli elementi fondamentali della terapia. Il terapeuta accompagna la persona nell’esplorazione ponendo domande mirate, favorendo una comprensione che non viene semplicemente restituita dall’esterno.

Davanti a una situazione problematica, l’esperto non indica la scelta da fare, ma attiva un ragionamento dialettico che aiuta a rispondere a quesiti essenziali:

  • “Che cosa ti fa pensare che questa sia l’unica possibilità?”
  • “Hai individuato quali altre alternative esistono?”
  • “Che cosa consiglieresti a una persona a cui vuoi bene se si trovasse nella tua stessa posizione?”
  • “Che cosa ti spinge verso questa decisione?”
  • “Ci sono altre modalità di interpretare e valutare la stessa situazione?”

In questo modo, la terapia permette di sviluppare la capacità di comprendere se stessi e affrontare le difficoltà con strumenti personalizzati. Si passa così dal chiedersi “cosa devo fare?” al comprendere “cosa è meglio per me”. È proprio questo passaggio che trasforma una risposta ricevuta in una competenza acquisita. Il successo della terapia non consiste nel trovare qualcuno che ci dica quale strada percorrere, ma nel diventare sempre più capaci di scegliere partendo dalla reale conoscenza di se stessi.

Costruire la propria cassetta degli attrezzi con lo psicologo

Immaginiamo di iniziare la terapia con una cassetta degli attrezzi quasi vuota. Il percorso terapeutico permette di riempirla con strumenti imprescindibili:

  • imparare a riconoscere le emozioni,
  • mettere in discussione i pensieri automatici,
  • saper comunicare i propri bisogni,
  • stabilire confini sani,
  • tollerare l’incertezza,
  • restare all’interno della propria finestra di tolleranza
  • e individuare i propri schemi.

Durante il percorso, questa cassetta può riempirsi fino ad acquisire, progressivamente, la capacità di utilizzare gli strumenti appresi, anche quando il terapeuta non è presente. È proprio qui che entra in gioco il concetto di autonomia.

La terapia è un lavoro di squadra caratterizzato da vari step. L’obiettivo dei professionisti di ContactU è proprio quello di creare un’alleanza profonda per costruire insieme a te la cassetta degli attrezzi più adatta alle tue esigenze.

Il successo del percorso con ContactU non consiste nel fornire consigli, ma nel renderti così consapevole e autonomo da non averne più bisogno. E questa libertà è il regalo più grande che tu possa fare a te stesso.

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Bibliografia

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